Reportages

Resa dei conti
per Aristide
Bande di ribelli conquistano le città del nord, mentre nella capitale le squadracce del presidente reprimono con violenza estrema il dissenso. L'ex paradiso dei Caraibi che credeva di poter risorgere dopo decenni di dittature ha perso la speranza. A meno che un intervento dall'esterno...
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Published on Panorama magazine

di Vito Taormina

 

Benvenuti ad Haiti, regno del diavolo: sull'isola un tempo definita paradiso dei Caraibi nel bicentenario dell'indipendenza circa il 70 per cento della popolazione è disoccupato e il 13 per cento dei bambini non raggiunge i 5 anni d'età, un abitante su 16 ha l'aids e l'aspettativa di vita è di 51,6 anni, se non si viene uccisi prima.
Benvenuti ad Haiti, regno del presidente Jean-Bertrand Aristide: a Port-au-Prince si possono visitare ospedali dove nel reparto maternità, sotto i ventilatori, i neonati sono stesi per terra coperti da un telo che dovrebbe essere un lenzuolo, dato che spesso non ci sono materassi per tutti. Qui chi ha bisogno di cure resta per terra a morire perché questo è l'ospedale dei poveri e quindi è privo di tutto: mancano garze e cerotti, non ci sono aghi né siringhe. Chi può pagare va altrove.

Poco più in là si può curiosare davanti alle mura bianche e azzurre della caserma Delmas 33, sede di esecuzioni sommarie e di camere di tortura, dove i poliziotti si divertono a rinchiudere i prigionieri con gruppi di cani feroci. «Pochi giorni fa i resti smembrati di un bimbo di strada sono stati trovati sopra un cumulo di immondizia poco distante dal commissariato» sussurrano gli abitanti del quartiere. Intorno, carcasse di auto bruciate.
Benvenuti ad Haiti, dove la realtà è un incubo. Dove i bambini sorridono poco nelle strade delle bidonville, dove le case sono di cartone, dove non c'è acqua corrente, né luce, né gas. Dove le fogne sono a cielo aperto e il fango arriva alle ginocchia. Dove un occidentale comprende la differenza tra povertà e miseria. A Cité Soleil i bimbi percorrono chilometri a piedi scalzi con un secchio d'acqua sulla testa, mendicano nelle distese polverose, abbandonano le famiglie per sfuggire all'indigenza e si ritrovano vittime della prostituzione.  
Ma non è questa la sola violenza. L'«Armata cannibale», la milizia che si è rivoltata contro il presidente, ha ormai conquistato la città di Gonaives (200 mila abitanti) e altri ribelli quella di Hinche, mentre a Port-au-Prince c'è la marcia della pace organizzata dai rappresentanti dell'opposizione e dai portavoce del mondo politico e della società civile che si battono contro il governo. Ci sono anche gli studenti universitari che il 5 dicembre iniziarono la protesta pacifica, sedata con i fucili delle «chimères», le bande filogovernative, e della polizia privata di Aristide. Ora l'università è chiusa. «Al rettore hanno fracassato le gambe» racconta Jean-Maxim Bernard, professore di antropologia, che ora si guadagna da vivere facendo da guida alle troupe dei giornalisti stranieri.
La marcia pacifica non inizierà mai, perché, come al solito, vincono le «chimères», i demoni sguinzagliati da Aristide per soffocare ogni dissenso. Assoldati per una manciata di dollari nelle zone rurali o nelle bidonville, spesso giovanissimi, girano per la capitale a bordo di potenti fuoristrada: sono armati, analfabeti e disposti a tutto. Bloccano il corteo, incendiano pneumatici, lanciano pietre, picchiano i dimostranti che tentano di aggirare i blocchi, sparano in aria e poi danzano e cantano: «Altri cinque anni per Aristide».
È di cinque anni, infatti, il mandato del presidente. Ad Aristide ne restano due, ma l'opposizione non vuole aspettare: anche perché nelle città del Nord l'Armata cannibale ha stretto alleanze con altri gruppi anti Aristide. E in questo angolo del mondo il potere lo prende chi arriva per primo. Evans Paul, leader del Kid, uno dei sei partiti della Convergence, polo politico dell'opposizione, dopo l'ennesima manifestazione soffocata dal regime ha il volto tirato. Lancia un appello all'Onu: «Viviamo in un clima di terrore. Vogliamo una società civile, ma dobbiamo sconfiggere il governo. Il palazzo presidenziale è un centro di decisioni criminali, di oppressione sistematica. Il paese è allo sbando e bisogna proteggere la popolazione. Aiutateci».

A Port-au-Prince i leader dell'opposizione prendono le distanze dalle armate di ribelli che guidano le rivolte a Gonaives e nelle altre città del Nord. Ma il governo di Aristide, il partito Lavalas, accusa: «C'è un legame, un disegno politico che unisce ribelli e opposizione».
Andy Apaid è il leader del Gruppo dei 184, il grande ombrello che raccoglie numerose entità della società civile fra commercianti, industriali, liberi professionisti, sindacati, studenti, artisti e gente qualunque. «Aristide è una macchina criminale» sostiene Apaid, industriale di professione e politico per passione. «Con un solo obiettivo: sopprimere tutti i movimenti della società civile. Questo è un governo che apre le caserme ai poveri per armarli, per trasformarli in chimères. Il governo dice che i violenti siamo noi? Noi siamo quelli a cui sparano ogni volta che proviamo a riunirci. Il nostro approccio è quello di Gandhi, la nostra filosofia quella di Martin Luther King: anche noi abbiamo un sogno».
Ma ad Haiti è in corso una rivoluzione armata: il sangue scorre nelle foreste, nelle città del Nord. Il gruppo più forte, quello che ha preso il controllo di Gonaives, la città dell'indipendenza, è l'Armata cannibale. Questo esercito paramilitare fino a qualche mese fa era schierato dalla parte di Aristide: il suo leader, Amiot Métayer era ricevuto regolarmente a palazzo. Fino a quando Aristide non cominciò a temere che Métayer potesse diventato troppo potente. Così, lo scorso settembre, il leader dell'Armata cannibale è stato assassinato, ma suo fratello, Buteur Métayer, ha giurato vendetta. Il 5 febbraio, a Gonaives, Buteur ha guidato l'Armata (che oggi si chiama Fronte di resistenza) contro le forze del governo e ha conquistato la città. Da allora il paese è diventato una polveriera.
Se le chimères terrorizzano Port-au-Prince, roccaforte del governo, nelle altre città le bande armate incendiano caserme e distributori di benzina, mentre si scoprono le prime fosse comuni. Nei paesi del Nord squadroni di guerriglieri si sono uniti alla lotta armata mentre ex gerarchi e militari in esilio come Louis-Jodel Chamblain e Guy Philippe sono entrati ad Haiti dalla Repubblica Dominicana e assoldano guerriglieri strada facendo. In questa spirale di caos, le forze sullo scacchiere aumentano ogni giorno, alimentando l'incertezza sul futuro del paese.

Per tutti loro, Jean-Bertrand Aristide è l'uomo che ha tradito Haiti. L'ex prete cattolico di Cité Soleil, 14 anni fa, dopo secoli di occupazioni, regimi e colpi di stato culminati con quasi 30 anni di dittatura, aveva promesso un sogno: la democrazia. Sembrava potesse riuscirci. Nel 1990, per la prima volta, gli haitiani andarono alle urne: lo votarono. E nacque anche la stampa indipendente, inconcepibile ai tempi dei Duvalier.
Sogno breve, la democrazia. Nel settembre 1991 il solito colpo di stato. Aristide fugge protetto dagli Stati Uniti. Torna ad Haiti nel 1994 con l'aiuto di 20 mila soldati americani. Ma il «secondo» Aristide non è più il prete populista, è un uomo arricchito, corrotto e dai conti bancari pingui nei paradisi fiscali dei Caraibi. Ed è un uomo che perseguita sistematicamente la stampa haitiana contraria al regime. L'accusa: disinformazione. Molti giornalisti sono agli arresti, altri sono stati torturati e uccisi. A gennaio sono state distrutte le apparecchiature di 11 stazioni radiofoniche indipendenti per un valore di 550 mila dollari. Ad Haiti fare politica o informazione significa essere disposti a mettere a repentaglio la propria vita e quella di familiari e amici. Perché sparano sulle mogli, sui figli, sugli autisti.
E poi c'è la questione religiosa. Aristide ha imposto il voodoo come religione ufficiale di stato. La gente mormora che all'interno del palazzo presidenziale si svolgano riti tribali, ma è certo che celebrazioni di questo tipo si tengono anche in alcune chiese cattoliche. «Alcuni preti celebrano la messa con il revolver sotto la tonaca» spiega Alessandra Terzino, genovese che da tanti anni lotta coraggiosamente nella realtà surreale di Haiti. «Lavalas» in creolo significa torrente in piena: è il nome del partito di Aristide. Che oggi sta davvero travolgendo tutto: la società, il popolo, l'economia, la religione, le istituzioni. Ad Haiti non esiste più nulla. Sincla, 62 anni, fa il cameriere in uno dei pochi hotel di Port-au-Prince (il turismo è ormai quasi inesistente). Ha sette figli, da 17 a 30 anni, e sono tutti disoccupati. Quasi rimpiange i tempi dei Duvalier, del tiranno Papa Doc, quell'Haiti descritta da Graham Greene nei Commedianti. «La gente è stanca della violenza, delle manifestazioni, delle proteste, di tutto il resto» dice. «Quello che vogliamo ad Haiti è una cosa sola: la pace». Difficile che sia esaudito. A meno che le voci, sempre più insistenti, di un intervento umanitario dell'esercito americano diventino realtà.

Ascesa e tramonto di un tiranno

Ex sacerdote espulso dai salesiani, Aristide è accusato di brogli e di ogni genere di violenza

Jean-Bertrand Aristide ha 50 anni. Dopo avere studiato teologia, sociologia e psicologia in Canada, Inghilterra, Italia e Israele, a 29 anni diventa prete salesiano.

A Port-au-Prince inizia la sua attività contro il regime della famiglia Duvalier. Le sue capacità oratorie risvegliano le coscienze di milioni di haitiani, mentre nel 1988 viene espulso dall'ordine dei salesiani.

Nel 1990 vince le elezioni e viene eletto presidente, ma sette mesi dopo un colpo di stato militare lo costringe a fuggire prima in Venezuela e poi negli Stati Uniti.

Aristide torna ad Haiti nel 1994, con l'aiuto dell'esercito Usa, e nel 1995 termina il suo primo mandato. Le successive elezioni presidenziali sono vinte da René Préval, che per cinque anni è alleato di Aristide. Aristide si ricandida per le elezioni del 2000 e vince, ma l'opposizione denuncia brogli.

Per tutti loro, Jean-Bertrand Aristide è l'uomo che ha tradito Haiti

Un Paese allo stremo

 

Aids, disoccupazione e condizioni di vita terribili sono le principali piaghe del paese caraibico

Estensione: 27.750 kmq

Popolazione: 7,5 milioni (di cui il 42,7% ha meno di 14 anni)

Tasso di crescita della popolazione: 1,67%

Età media della popolazione: 17,9 anni

Mortalità infantile: 7,6%

Aspettativa di vita: 51,6 anni

Malati di aids: 6,1%

Analfabeti: 47,1

Pil: 10,6 miliardi di dollari

Pil pro capite: 1.400 dollari

Crescita pil: -0,9%

Popolazione sotto la soglia di povertà: 80%

Inflazione: 11,9%

Disoccupazione: oltre il 66%

Abbonamenti telefonici: 60 mila

Telefoni cellulari: 180 mila

Utenti internet: 30 mila

Ferrovie: 40 km

Autostrade: 4.160 km

Aeroporti: 12 (ma solo due hanno la pista asfaltata)

Membri della polizia: 94 mila (esercito, marina e aviazione sono stati smobilitati)

Spesa militare: 50 milioni di dollari

 

Interviews

ROBERT REDFORD
 

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